
Sono tempi difficili questi, per le letture. Tra il lavoro, le lezioni di italiano, e la terribile scoperta che i pavimenti non sono autopulenti e i vestiti autostiranti, mi resta poco tempo per leggere. Ma non rinuncio, e non ci sono momenti più belli di quelli che dedico a un buon libro. Ed è il caso di I fantasmi di pietra.
Di norma mi innervosisco, quando un libro - corto, per giunta - mi dura quasi un mese. Questa volta non è accaduto, anzi. Sarei potuta andare avanti per un anno, a leggere due paginette de I fantasmi di pietra. Perché scorre lento, come le stagioni a Erto. Avrei voluto leggerne un episodio al giorno, per non sentirmi sola una volta giunta alla fine di questo viaggio meraviglioso. Un viaggio nel silenzio, nell'abbandono.
Di casa in casa, attraversiamo Erto vecchia, respirando l´odore di chi lì dentro ha vissuto. Il silenzio della tragedia è sempre lì, non ci abbandona mai. Piccoli spunti polemici non mancano, ma Corona qui è soprattutto nostalgico. E la nostalgia per un paradiso perduto, lo sappiamo, è incolmabile.
Corona ci racconta storie che sono a metà tra realtà e leggenda, che avremmo potuto udire dai nostri nonni. Forse è per questo che a tratti mi sarebbe piaciuto che fosse un audiolibro.
Corona si autocita, e mi ha fatto venire voglia di leggere altro, di perdermi di nuovo in questa atmosfera di sogno.
Li scrive lui, non li scrive lui. È un alcolista, non lo è. Ma chissenefrega. Quando c'è la magia della narrazione c'è tutto.
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